La storia del primo trapianto di cuore al mondo da un donatore malato di Covid
La scelta del trapianto è stata necessaria per salvare la vita al ricevente, mentre la deroga “controllata” al protocollo è avvenuta sotto la supervisione del Centro Nazionale Trapianti. Il racconto della chirurga che ha effettuato l'operazione a Bologna
di Annarita Incerti | 11 giugno 21, 05:11

 AGI -  "Ogni donazione bisogna sviscerarla, per fare in modo di valutare fino in fondo, perchè ogni organo che viene offerto può salvare delle vite, con tutte le caratteristiche variegate che possono avere i donatori. Secondo me questo evento deve essere una ulteriore motivazione per la società per donare, perchè si salvano delle vite. Si apre anche uno spiraglio scientifico per quanto riguarda il covid e si aprono nuove possibilità": ha una voce argentina Sofia Martin Suarez, la chirurga di origine spagnola che ha effettuato, al policlinico Sant'Orsola di Bologna, il primo trapianto di cuore al mondo da donatore positivo al Covid a un paziente negativo. 

Il trapianto è avvenuto a fine aprile scorso e il ricevente è stato dimesso in buone condizioni di salute il 1 di giugno. La scelta del trapianto è stata necessaria per salvare la vita al ricevente, mentre la deroga “controllata” al protocollo - ottenuta dopo approfondite consultazioni infettivologiche -  è avvenuta sotto la supervisione del Centro Nazionale Trapianti. Una scelta partita dalla valutazione sul donatore. 

"Un paziente sano di 26 anni - racconta all'AGI Sofia Martin -Suarez -  che aveva avuto una infezione che gli aveva provocato un ascesso cerebrale che lo aveva portato alla morte cerebrale; dieci giorni prima della donazione era risultato positivo al Covid, nel giorno della donazione e il giorno prima i tamponi risultavano negativi. Ovviamente erano passati solo 10 giorni, non era la finestra di sicurezza dei 15 giorno previsti, ma in  quel giorno risultava negativo".

Da lì la decisione di andare comunque avanti, con il consenso del ricevente, un uomo di 64 anni ricoverato dal 9 febbraio 2021, affetto da cardiomiopatia amiloidotica non suscettibile di supporto meccanico.  "Era molto emozionato, era preoccupato - ricorda la chirurga - però si è fidato di quello che gli dicevo a nome di tutti e ha detto ok procediamo, firmo tutto quello che c'è da firmare". È partita così a nome di tutti la richiesta ed è arrivato il nulla osta. 

Il ricordo della chirurga

Nata a Parigi, ma di origine andalusa, 46 anni, Sofia Martin -Suarez si è laureata in medicina nel 1998 a Granada, in Spagna. Sempre nel 1998 l'ingresso in cardiochirurgia presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna sotto il professor Angelo Pierangeli. Diventa specialista in cardiochirurgia nel 2003 con i prof. Giorgio Arpesella e Giuseppe Marinelli, primario Roberto di Bartolomeo. Infine nel 2006 il dottorato di ricerca con i prof. Roberto di Bartolomeo e Andrea Stella. 

"Era il 25 aprile, domenica, un pomeriggio molto travagliato - ricorda la cardiochirurga del Sant'Orsola di Bologna - avevamo coinvolto tante persone, abbiamo insieme ponderato  il rischio non solo per il Covid, ma anche per l'infezione che aveva avuto il donatore, in un ricevente che era in fin di vita letteralmente".

E ancora: "Eravamo pronti dopo a dover gestire anche le eventualità infettivologiche legate al donatore e al ricevente stessi però essendo il cuore un organo di tale bontà, giovane, è stato un bilancio dei rischi, un momento molto ponderato: è andata a finire molto bene. Eravamo abbastanza tranquilli, perché quando hai molte persone esperte sei consapevole di agire in sicurezza".  

Non chiedere una deroga al protocollo avrebbe significato non potere utilizzare l'organo, segnando così drammaticamente il destino del ricevente. Il trapianto, invece, oltre a ridare la vita al paziente, ha fornito ai medici numerosi elementi di conoscenza sul Covid che consentiranno in futuro un utilizzo ancora più puntuale degli organi donati.

Ma cosa ha provato in quel momento Sofia Martin Suarez? "Emozione. È dal 2007 che eseguo trapianti di cuore - confida all'AGI la chirurga - in maniera routinaria, circa una ventina all'anno, da fine aprile ne ho eseguito 5: tutte le volte mi emoziono moltissimo, ogni paziente ha un suo scenario pieno di emozioni".

"Ormai, dopo 14 anni, il gesto chirurgico è routine, ora sono anche in fase di tutoraggio per altri colleghi che stanno imparando. È però tutto quello che avviene prima- spiega - la motivazione, il contatto diretto con le sedi donatrici, che magari spesso rispondono in maniera un può perplessa quando il cardiochirurgo li chiama per avere una loro opinione diretta della qualità del donatore e invece dopo sentono anche loro la nostra difficoltà, la nostra necessità, la quantità di pazienti che abbiamo in attesa, si sentono coinvolti e veramente fanno di tutto pe ottimizzare i donatori al massimo".

"E poi - conclude Sofia Martin- Suarez - i riceventi, che sono da tanto tempo che aspettano, con la speranza che arrivi l'organo: gli occhi mi diventano lucidi tutte le volte quando vedo l'organo partire".

 
 
 
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